Il Vittoriano lo conosciamo tutti. Lo abbiamo fiancheggiato, a piedi e in macchina, migliaia di volte noi romani ed il nostro occhio è così tanto abituato a vederlo che a noi sembra esattamente tutto bianco ed un unico blocco, questo gigantesco monumento che ha tanti nomi tipo l’altare della patria, la macchina da scrivere (per la sua forma) o la torta nuziale (per il candore del suo bianco). Eppure, tutto bianco non è perchè se lo percorriamo sul lato destro, in prossimità della scala che sale su al Campidoglio, troviamo una macchia di colore marrone alla sua base.

I romani non ci fanno neanche caso. I turisti poco.

Questa bellissima costruzione in laterizio era una palazzina del II secolo d.C. di quattro piani, di cui oggi due sono visibili ad altezza uomo mentre per gli altri due, in origine il pianterreno e il primo piano, bisogna affacciarsi dal parapetto e guardare nove metri più in giù. Una palazzina, che oggi corrisponderebbe ad un condominio popolare, in cui abitavano circa 300 persone con i più poveri ai piani alti e bottegai e schiavi ai piani bassi, in cui mancava acqua corrente e in cui avevamo dei microscopici appartamenti, detti coenacula, privi di finestre perlopiù. E pensare, che questa insula non era neanche tra le peggiori esistenti a Roma in quel periodo ed è sopravvissuta ai tanti mutamenti e alle tante destinazioni di uso, di cui ci mostra l’esempio un affresco della medievale chiesa di San Biagio, proprio perchè era stata costruita in mattoni e quindi più resistente rispetto alle tante altre.

A guardarlo bene allora, e a conoscerne l’importanza, questo luogo andrebbe guardato con diversi occhi e una diversa venerazione, testimone come è stato di un’era lontana ma che ha fortissime assonanze con la città frenetica di oggi ed i suoi tanti, troppi monolocali.