I segreti der Capodanno

Forse non tutti sanno che, l’usanza delle mutande rosse nasce nell’antica Roma. All’epoca il rosso era indossato da chi deteneva er potere: Imperatori, Senatori, Generali e Consoli. Er primo gennaio era il giorno il cui il console entrava in carica e come buon auspicio, ma senza esse visti, i cittadini indossavano sotto ar vestito qualcosa de rosso, nella speranza ‘n giorno de pote’ diventa’ omini de successo. E questo è l’auspicio che se semo portati fino ai giorni nostri, per questo dopodomani sera, probabilmente indosserete delle mutande rosse.
In tutto er mondo, o quasi, l’anno nuovo se festeggia er 1° gennaio, pure questo è stato stabilito a Roma, da Papa Gregorio XIII che, nel 1582 istitui’ appunto, er calendario gregoriano.
Che ve lo dico a fa, pure l’usanza delle lenticchie che portano sordi, deriva dall’antica Roma. Ahò, deriva tutto dall’antica Roma, fatece caso.
È proprio ai romani che se deve ‘st’usanza de magnalle er primo giorno dell’anno. Ar tempo, ‘nfatti, era usanza regala’ ‘na borsa de cuoio, detta  scarsella, che all’interno era piena de lenticchie, co’ la speranza de tramutalle in monete nell’anno nòvo. Quindi se magnavano pe’ lascia spazio ai sordi.
I fòchi d’artificio no, quelli l’hanno inventati i cinesi.
E li vendono pure.

Ritorniamo a dar voce alle “statue parlanti”

Oggi come ieri.

Con un crescente malcontento visto il perdurare dei tempi.

E sarebbe proprio il caso di tornare a farle parlare le “statue parlanti” della città fatte di divinità, eroi epici, rappresentanti della Roma dei Cesari, semplici acquaioli o satiri spaventosi che non le mandavano a dire di certo.

Quando, nottetempo, venivano impreziosite da versi di protesta, invettive in rima o poesie cariche di risentimento. Laico o clericale che fosse.

Le pasquinate le chiamavano (in onore a Pasquino, la statua che “parlava” di più), non venivano direttamente dal popolino ma erano frutto di una mente colta che ne sapeva di metrica e latino. Che però, metteva semplicemente “in bella” ciò che la gente ringhiava per strada in dialetto.

Il primo a parlare fu un tozzo di marmo antico, Pasquino appunto.

Piantato su uno spigolo di Palazzo Braschi, tanto ebbe da dire sulle malefatte di papa Alessandro Borgia nel 1501 e, pensate, addirittura negli anni ’30 del 1900, fu utilizzato per ridire di Hitler nella sua visita a Mussolini:

“Povera Roma mia de travertino

t’hanno vestita tutta de cartone

pe’ fatte rimirà da n’imbianchino”.

Scoprire l’amore eterno a Roma

Roma, la città eterna.

La città dove il cuore scoppia ad ogni angolo.

Dove camminare a mano a mano sembra una cosa così magica nella sua totale semplicità. E magari, i più romantici arriveranno così, mano nella mano, davanti l’ingresso di Villa Giulia per una visita al Museo Nazionale Etrusco. E a quello che è il suo capolavoro più conosciuto. Testimonianza unica di amore eterno, di relazione a lungo termine, rispetto e sempiterna alleanza.

Un esempio di sodalizio indissolubile che risale a duemilacinquecento anni fa.

Lei, sdraiata sul triclinio (anzi il Kline, per dirlo alla etrusca), si appoggia dolcemente sul petto del suo compagno e sorride. Lui, sdraiato dietro di lei, la cinge con un braccio e sorride anche lui.

Il Sarcofago degli Sposi, oltre ad essere un frammento eclatante della raffinatezza della civiltà etrusca, emerso fra i tumuli della Necropoli della Banditaccia a Cerveteri, è un’opera d’arte dal valore assoluto e simbolo appunto dell’amore eterno.

E’ la perfezione di due “padroni di casa”, morbidi e rigidi allo stesso tempo, che ci guardano e si fanno guardare, si amano e sono riamati, con lo sguardo rivolto nella stessa direzione e consapevoli di non lasciarsi più.

La salita discesa dei Castelli Romani e il gioco della bottiglia

La salita discesa dei Castelli Romani e il gioco della bottiglia è un fenomeno che, per molto tempo, è stato considerato ai limiti del paranormale: quella che sembra a tutti gli effetti una salita rettilinea è in realtà una discesa.

La riprova è data dal fatto che ogni cosa lasciata libera di rotolare sul suolo prosegue nella direzione opposta a quella immaginata, quasi come fosse guidata da una forza oscura  http://www.lazionascosto,it

Il fatto si svolge tra Ariccia, Rocca di Papa e Grottaferrata nei Castelli Romani

Inutile aggiungere che, soprattutto negli scorsi decenni, la salita discesa dei Castelli Romani venisse classificata come una vera e propria stregoneria o, addirittura, un’opera del diavolo.

I molti turisti, ma anche semplici passanti che hanno voluto testare dal vivo l’effetto sono ricorsi all’esperimento più banale che possa venire in mente: poggiare una bottiglia di plastica sul suolo lasciandola libera di prendere una direzione oppure lasciare la macchina a folle. La direzione ovviamente, è sempre opposta a quella immaginata e, secondo il nostro punto di vista, procede in salita.

La spiegazione invece è molto più semplice: alcuni studi scientifici hanno infatti dimostrato che il fenomeno è generato da una complessa illusione ottica. Quella che all’occhio umano appare come una salita, in realtà è una strada che prosegue in leggera discesa.

I Castelli Romani e la prima cassetta della posta a Castel Gandolfo

 Si chiama l’altra Roma ed è quella detta de Li Castelli, che fa da polmone verde alla Capitale.

Sono i paesi incastonati tra i Colli Albani, famosi per la bellezza dei paesaggi, per i boschi, per i laghi e le sontuose ville, detti Castelli Romani , e conosciuti anche per la cucina e gli ottimi vini.

Per secoli i Castelli Romani hanno affascinato illustri viaggiatori come Stendhal, Byron, Goethe.

Ed ancora oggi hanno tantissime curiosità da essere svelate. Che giorno dopo giorno, noi vi proporremo.

Ad esempio, sono in pochi a sapere che la prima cassetta delle lettere è stata inventata nel piccolo borgo di Castel Gandolfo.

Era il 1820 e l’unico centro di giacenza della posta nei Castelli Romani era ad Albano Laziale. dove veniva ritirata da un incaricato per essere smistata. Costui essendo analfabeta e, quindi, non potendo leggere indirizzi o destinatari, aveva delle enormi ed ovvie difficoltà a svolgere correttamente il suo lavoro. Fu così che i priori di Castel Gandolfo stilarono un progetto che includeva il prelievo della posta da Albano,il trasporto e la consegna ai destinatari castellani e la raccolta in paese per le spedizioni.

Tale progetto proponeva l’istituzione di una cassetta postale mobile con coperchio, fessura e chiusura a chiave con cui fare la spola tra i due Comuni.

 

L’insula dell’Aracoeli

Il Vittoriano lo conosciamo tutti. Lo abbiamo fiancheggiato, a piedi e in macchina, migliaia di volte noi romani ed il nostro occhio è così tanto abituato a vederlo che a noi sembra esattamente tutto bianco ed un unico blocco, questo gigantesco monumento che ha tanti nomi tipo l’altare della patria, la macchina da scrivere (per la sua forma) o la torta nuziale (per il candore del suo bianco). Eppure, tutto bianco non è perchè se lo percorriamo sul lato destro, in prossimità della scala che sale su al Campidoglio, troviamo una macchia di colore marrone alla sua base.

I romani non ci fanno neanche caso. I turisti poco.

Questa bellissima costruzione in laterizio era una palazzina del II secolo d.C. di quattro piani, di cui oggi due sono visibili ad altezza uomo mentre per gli altri due, in origine il pianterreno e il primo piano, bisogna affacciarsi dal parapetto e guardare nove metri più in giù. Una palazzina, che oggi corrisponderebbe ad un condominio popolare, in cui abitavano circa 300 persone con i più poveri ai piani alti e bottegai e schiavi ai piani bassi, in cui mancava acqua corrente e in cui avevamo dei microscopici appartamenti, detti coenacula, privi di finestre perlopiù. E pensare, che questa insula non era neanche tra le peggiori esistenti a Roma in quel periodo ed è sopravvissuta ai tanti mutamenti e alle tante destinazioni di uso, di cui ci mostra l’esempio un affresco della medievale chiesa di San Biagio, proprio perchè era stata costruita in mattoni e quindi più resistente rispetto alle tante altre.

A guardarlo bene allora, e a conoscerne l’importanza, questo luogo andrebbe guardato con diversi occhi e una diversa venerazione, testimone come è stato di un’era lontana ma che ha fortissime assonanze con la città frenetica di oggi ed i suoi tanti, troppi monolocali.

 

Qual è la più antica chiesa a Roma?

In genere chi viene a Roma, dopo aver girovagato tra i monumenti più conosciuti della Città, comincia al secondo o terzo giorno a porsi delle domande. Ed, aggiungo io, anche a darsi delle risposte che il molte delle volte sono nella maniera più sbagliata in assoluto.

Una di queste domande è: qual è la chiesa più antica di Roma? E la risposta, quasi con acclamazione popolare, è la Basilica di San Pietro, come se il fatto che sia la più grande delle chiese del mondo cristiano debba anche coincidere con la sua antichità in termini temporali.

Ed oggi ve la svelo io la vera risposta: la Chiesa di San Martino ai Monti, a due passi dal Colle Oppio e quasi al confine con il rione Esquilino, così come recita la targa sulla sua facciata “Santi Silvestro e Martino ai Monti, III secolo d.C.”. Fatti due conti, quando questa chiesa aveva cominciato già ad essere un luogo di preghiera, la religione cristiana era ancora in fasce. Essa esiste fin da un’epoca in cui non era che una casa privata, un titulus, in cui i primi cristiani si rifugiavano per sfuggire alle persecuzioni e professare il Cristianesimo. E la sua antichità trasuda in ogni pietra ed in ogni mattone: nelle colonne delle antiche terme romane; nelle targhe di marmo che citano nomi di martiri cristiani; nei sotterranei, i resti dell’antica casa di Equizio, il plebeo convertito che trasformò casa sua in chiesa.

Marino, fontane che danno vino, e il Mitreo.

Solo tre sono in Italia i mitrei dove la scena del mistero è dipinta: uno è il mitreo Barberini a Roma, un altro il mitreo di Santa Maria Capua Vetere e il terzo è quello di Marino.
Questo luogo di culto dedicato a Mithra, qui a Marino, venne casualmente rinvenuto nel 1962, durante i lavori di escavazione di una grotta in una cantina ai piedi dell’abitato storico, sulle scalette che portano alla stazione ferroviaria.

Particolarità del Mitreo di Marino, che lo distingue rispetto agli altri due esempi, è la tecnica esecutiva del dipinto realizzato ad encausto direttamente sull’intonaco signino della cisterna.

Al centro del dipinto, risalente al II secolo d.C., si trova Mitra, vestito all’orientale, con berretto frigio, tunica e calzoni rossi; indossa anche un mantello blu volteggiante puntinato di stelle. Guarda verso il Sole che lo illumina; dall’altra parte c’è la Luna.

La Porta Magica

In Piazza Vittorio, la cosiddetta Porta Magica racchiude una storia ricca di misteri. In una notte tempestosa del 1680, un viandante bussò alla porta del marchese Massimiliano di Palombara e una volta entrato, vi trovò un’immensa biblioteca con libri storici, filosofici e di magia.

L’ospite venne invitato a passare la notte a casa del marchese e chiese lui soltanto il permesso di raccogliere erbe nel suo giardino da portar via il giorno seguente, per effettuare alcuni esperimenti.

Così fu e, al mattino seguente, del viandante non vi era nessuna traccia. Volatilizzato, Sparito nel nulla. Della sua presenza, solo una polvere gialla nel giardino ed una pergamena con la formula necessaria per ricavare l’oro: che ad oggi nessuno è riuscito mai a decifrare nonostante sia stata impressa dallo stesso marchese negli stipiti della porta.

Enigma che aspetta per voi per essere celato…chissà che non riusciate a decifrare la formula magica.

I sampietrini

Chiunque abbia camminato almeno una volta nella propria vita a Roma sa che con questo termine si intende il lastricato tipico del centro storico della Capitale.

Ma da dove deriva ve lo siete mai chiesti?

Il suo nome, alterato anche in sanpietrino o selcio, nasce dal luogo in cui questo piccolo blocco di selce, estratto dalle cave vicino i Colli Albani e dalle zone vulcaniche del Viterbese, è stato utilizzato per la prima volta e cioè in Piazza San Pietro.

I sampietrini furono messi in opera per ottenere un selciato uniforme e compatto, in grado di essere levigato dall’attrito dei carri e vennero usati soprattutto da Papa Sisto V nella grande sistemazione della città da lui compiuta tra gli anni 80 e 90 del 1500, tanto che arrivò a selciare ben 120 strade.