Aventino

Il colle Aventino ebbe nella prima antichità carattere popolare, come testimoniano le secessioni della plebe, la Lex Icilia del 456 a.c. che permise ai Plebei di costruirvi case da trasmettere in proprietà ed il fatto che le popolazioni laziali avessero nel tempio di Diana, qui eretto da Servio Tullio, la sede della propria confederazione.

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    Il colle Aventino ebbe nella prima antichità carattere popolare, come testimoniano le secessioni della plebe, la Lex Icilia del 456 a.c. che permise ai Plebei di costruirvi case da trasmettere in proprietà ed il fatto che le popolazioni laziali avessero nel tempio di Diana, qui eretto da Servio Tullio, la sede della propria confederazione.

    Tale extraterritorialità lo escluse fino all’imperatore Claudia dal pomerio, benchè il recinto serviano lo includesse già dal IV secolo a.c. e vi sorgessero i templi dedicati a Minerva, Mercurio, Giunone Regina, Cerere, Libertas; inglobato con Augusto nella XIII regione, in età imperiale, con l’allontanamento del porto dal confine sacro, vide sostituirsi al popolo le famiglie patrizie – fra cui Traiano prima di diventare imperatore – che vi ebbero terme e sontuose dimore: questo spiega perché, più accanite che altrove, furono le distruzioni di Alarico e dei suoi Goti nel 410.

    Nel Medioevo tutta la zona, sede di ordini monastici e di insediamenti fortificati, fu destinata per lo più ad usi agricoli, e le successive vicende edilizie, tra cui, assai significativo, l’intervento di Gian Battista Piranesi al complesso dei Cavalieri di Malta, riguardarono modifiche e rifacimenti dell’esistente.

    Oltre il Clivus Publicii si apre l’alto muro in laterizio appartenente al parco Savello più noto come “giardino degli aranci”, che vede la trasformazione in parco della fortezza costruita da Alberico II nel X secolo ereditata da Ottone III Savelli dopo l’anno 1000 e appartenuta poi ai domenicani di Santa Sabina.

    Quest’ultima è l’esempio più perfetto di basilica paleocristiana del V secolo. Fondata nel 425 da Pietro d’Illiria su un titulus Sabinae, sorto probabilmente nella casa di un’omonima matrona identificata con la santa umbra, fu ultimata da Sisto III. Del 1222 è ancora il campanile e il chiostro. Dopo diversi restauri, nel 1587, Domenico Fontana per incarico di Sisto V, e nel 1643 Francesco Borromini, ne alterarono profondamente l’interno; in due riprese (1914 e 1936) Antonio Munoz, con eliminazione delle sovrapposizioni del Fontana, riportò la chiesa alle forme originali. Nell’atrio, ad arcate sostenute da colonne antiche, sono raccolti materiali di spoglio della chiesa provenienti durante i lavori di ripristino della stessa: transenne delle finestre; sarcofagi di età imperiale e cristiani e la statua di Santa Rosa da Lima del 1668. Il portale maggiore è dotato di battenti in cipresso del V secolo con 28 riquadri a rilievo con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento illustranti il parallelismo tra Mosè (la Legge) e Cristo (il Vangelo).

    L’interno è a tre navate divise da 24 colonne corinzie sorreggenti archi e richiama i prototipi ravennati. Dei ricchissimi mosaici che decoravano la chiesa rimane, sopra la porta, un frammento con iscrizione metrica a lettere d’oro in capitale monumentale filocaliano, attribuita a Paolino da Nola, con il ricordo di Pietro d’Illiria, di Celestino I e del Concilio di Efeso del 431. La schola cantorum venne ricomposta nel 1936 con pezzi dal V secolo al IX secolo come pure nell’abside, la Cattedra Episcopale; nel catino, affreco dei Taddeo Zuccari del 1560 raffigurante Cristo assiso sul monte, circondato dagli Apostoli. Lungo le pareti, tracce di pitture dei secoli V e IX, incassata nel muro, colonna del preesistente edificio.

    Nell’area occupata dalla chiesa sono stati scoperti altri cospicui resti antichi, tra cui un tratto, parallelo al Tevere e con due fasi sovrapposte, delle mura serviane.

    Il colle presenta inoltre, un’altra bellissima chiesa, i Santi Bonifacio e Alessio, testimoniata dal VII secolo e ricostruita nel 1217 da Onorio III di cui rimane traccia, dopo i lavori del 1750, nella torre campanaria a cinque ordini. L’interno è a tre navate divise da paraste binate corinzie e con volta a botte. La sottostante cripta romanica, unica a Roma, con altare a baldacchino che racchiude le reliquie di San Tommaso di Canterbury, conserva parti decorate da affreschi con Agnus Dei e simboli degli evangelisti del XII-XIII secolo ed una colonna ritenuta essere quella del martirio di San Sebastiano.

    Oltre l’ingresso al convento di Sant’Alessio, esistente dal X secolo ma ricostruito nel 1700 e nel 1813 acquistato da Carlo IV di Spagna come residenza estiva (dal 1941 è la sede dell’Istituto di Studi romani), il colle sbocca nella piazza che prende il nome dal complesso sorto nel 939 come monastero benedettino, eretto da Oddone di Cluny, e passato a metà del XII secolo ai Templari e quindi nel 1312 ai Gerosolimitani, che a fine ‘300 vi posero il Priorato dei Cavalieri di Malta. L’aspetto attuale si deve all’intervento di Gian Battista Piranesi che, nel 1764, realizzò, su incarico del cardinale Rezzonico, un capolavoro di “microurbanistica” neoclassica: l’appartato invaso è cinto da un muro a specchiature scandito da obelischi, edicole e stele con emblemi navali e religiosi dell’ordine e araldici del Rezzonico. Celebre il portale che inquadra la veduta della cupola di San Pietro.

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