Ritorniamo a dar voce alle “statue parlanti”

Oggi come ieri.

Con un crescente malcontento visto il perdurare dei tempi.

E sarebbe proprio il caso di tornare a farle parlare le “statue parlanti” della città fatte di divinità, eroi epici, rappresentanti della Roma dei Cesari, semplici acquaioli o satiri spaventosi che non le mandavano a dire di certo.

Quando, nottetempo, venivano impreziosite da versi di protesta, invettive in rima o poesie cariche di risentimento. Laico o clericale che fosse.

Le pasquinate le chiamavano (in onore a Pasquino, la statua che “parlava” di più), non venivano direttamente dal popolino ma erano frutto di una mente colta che ne sapeva di metrica e latino. Che però, metteva semplicemente “in bella” ciò che la gente ringhiava per strada in dialetto.

Il primo a parlare fu un tozzo di marmo antico, Pasquino appunto.

Piantato su uno spigolo di Palazzo Braschi, tanto ebbe da dire sulle malefatte di papa Alessandro Borgia nel 1501 e, pensate, addirittura negli anni ’30 del 1900, fu utilizzato per ridire di Hitler nella sua visita a Mussolini:

“Povera Roma mia de travertino

t’hanno vestita tutta de cartone

pe’ fatte rimirà da n’imbianchino”.